Temo di essermi persa di Chiara Reggiani

«Temo di essermi persa». Alla fine si era rassegnata a telefonare, quando ormai l’ora dell’appuntamento era irremediabilmente passata ed era chiaro che non aveva la più pallida idea di dove si trovasse, né di dove fosse il luogo in cui avrebbe dovuto essere.

«Dove sei?», chiese lui nel cellulare.

«Non so… C’è una chiesa, e in mezzo alla piazza un’edicola».

«Allora aspetta vicino all’edicola». La sua voce sicura la calmò.

Lei si sistemò accanto all’edicola, lisciandosi per l’ennesima volta abito e capelli; non fece a tempo a iniziare a preoccuparsi di essere magari sul lato sbagliato dell’edicola, o poco visibile, o chissà cos’altro, che una mano la sfiorò su una spalla. «Daniela?»

Sobbalzò. La voce era pacata, sorridente, venata di tenerezza. Daniela si girò e guardò intensamente il viso che da cui proveniva. Due profondi occhi nocciola la scrutarono.

Boccheggiò. La donna che aveva di fronte aveva la bellezza sfrontata di chi è sicuro di sé; i suoi lineamenti erano forti ed emanava fascino.

«Alberta?» sillabò. La donna si aprì in un sorriso di gioia che le diceva “certo, sciocchina, chi se no?”. Allora Daniela si rilassò e l’abbracciò per salutarla. Alle sue spalle lo vide, anche lui con lo stesso sorriso, una mano nella tasca dei pantaloni e una a reggere la sigaretta arrotolata a mano che stava fumando. Trasalì e il suo sorriso si ampliò, felice di vederlo, quasi si divincolò dalla stretta di lei per raggiungerlo e gettarglisi tra le braccia. Lui la strinse a sé, accorto a non bruciarla con la cicca accesa, ma caldo e appassionato proprio come lei desiderava.

«Che dici, Francesco – interloquì Alberta – andiamo a fare aperitivo o restiamo in mezzo alla piazza a dare spettacolo?». Sorrideva sfacciata, era chiaro che non le sarebbe dispiaciuto nemmeno restare sotto gli occhi di tutti, ma aveva anche la calma sicurezza di chi conosce i propri e gli altrui limiti e non vuole che vengano violati.

Francesco prese Daniela per le spalle e la scostò da sé; lei ancora voleva abbracciarlo, ma si lasciò spostare di buon grado. Era arrossita e teneva la testa bassa. «Certo – disse lui – andiamo. Su – la incoraggiò – sei arrivata fino qui, non vorrai tornare indietro?».

Daniela scosse la testa con convinzione. Sapeva che la sua domanda non era seria, ma scherzosa, e che mai l’avrebbe costretta a fare qualcosa che non desiderava; ma l’emozione la ammutoliva comunque.

Si spostarono in un locale non distante dal centro, un po’ nascosto in un vicolo, senza cartelli che ne segnalassero la presenza; Alberta e Francesco si muovevano con sicurezza, c’erano evidentemente stati molte altre volte; Daniela li seguiva – non che la lasciassero indietro, anzi, la tenevano sottobraccio perché fosse sempre al loro fianco, ma era così che si sentiva lei: di starli seguendo, di venire condotta da loro, in un viaggio che non era solo attraverso le viuzze strette del centro storico, ma si inoltrava nelle sue emozioni e in desideri che credeva sopiti.

Il posto era in penombra; il lungo bancone del bar si snodava per tutta la lunghezza del locale. Lungo le pareti vi erano piccoli separé con comodi divanetti, mentre numerosi tavolini occupavano lo spazio libero. Non c’era nessuno seduto. Probabilmente era presto, dovevano avere appena aperto.

Alberta e Francesco salutarono calorosamente la proprietaria ed il barista e scambiarono alcune chiacchiere riguardanti fatti pregressi di cui Daniela non capiva nulla: dovevano proprio essere degli habitué. Lei restò immobile, le mani nelle mani, un sorrisino imbarazzato sul viso, senza sapere che fare o che dire. Infine decisero di ordinare tre spritz e di andare a sedersi, levandola dall’imbarazzo… o meglio gettandola in un imbarazzo nuovo: scelsero uno dei separé e la fecero sedere tra loro. Lei si accomodò e loro la strinsero, avvicinandosi a lei il più possibile.

Daniela si chiese come fosse possibile che ancora la sua faccia non fosse esplosa, da tanto la sentiva rovente.

Rimasero in silenzio. Lei si chiedeva cosa avrebbe potuto dire per rompere il ghiaccio, per spezzare quell’atmosfera che solo lei sentiva così tesa; nemmeno la leggera musica della radio, in sottofondo, riusciva a rilassarla. Alberta e Francesco sorridevano sornioni: sembravano aspettarsi qualcosa da lei, ma accidenti se riusciva a capire che cosa. E tutte le chiacchiere fatte al telefono e via chat, quelle conversazioni interminabili a parlare di ogni cosa, le cascate di parole mentre erano a cena con tutta la compagnia… dov’erano ora? Tutti gli argomenti di conversazione sembravano scomparsi dalla mente di Daniela, fuggiti sotto i mobili come tanti topolini quando si accende la luce in una vecchia soffitta.

La proprietaria del locale in persona portò loro i cocktail. Era una donna molto alta e magra, con lunghi capelli neri e gli occhi bistrati; la sua voce roca aveva un che di carezzevole e di complice. «A quest’ora c’è sempre poca gente… approfittatene!», disse ammiccando. Daniela trasecolò: dunque sapeva? Sapeva cosa la portava in giro con i suoi due amici, loro tre soli? Come a confermarglielo, Alberta e Francesco in contemporanea le posarono una mano sulle gambe, una per ciscuno. Lei arrossì di nuovo.

«Certo, ti pare che siamo venuti presto per nulla?», ammiccò a sua volta lui. La donna fece un gran sorriso, strizzò l’occhio a Daniela e se ne andò.

Questa ancor più di prima non sapeva che dire. Afferrò di slancio il bicchiere: «Facciamo un brindisi!», cercò di esclamare, per avere una scusa per occupare la mente e le mani, ma dalla bocca asciutta le uscì più un roco gorgoglio che un prosit. Si schiarì la gola e ripetè l’invito, con forzato entusiasmo. Loro la guardarono con condiscendenza e spostarono le mani dalle sue cosce per prendere a loro volta i calici. Subito Daniela si dispiacque per la perdita di quel contatto: per quanto l’imbarazzasse, si scoprì ad agognarlo.

Brindarono; Daniela teneva il bicchiere con entrambe le mani, per non farselo sfuggire. Sorseggiò nervosamente la bevanda e lo posò sul tavolino di vetro con un sonoro “tlank!”. Per un attimo temette di averlo rotto. Francesco e Alberta si scambiarono una significativa occhiata, posarono i loro calici all’unisono e come una sola persona si accostarono nuovamente a Daniela, stringendola tra le braccia.

«Lo sai perché sei qui. Sei qui perché lo desideri e anche noi lo desideriamo», disse Alberta, la voce più calda e morbida di prima.

«Smetti di preoccuparti: sei al sicuro. Lasciati andare», aggiunse Francesco.

Daniela, tesa e rigida come una corda di violino, chiuse gli occhi e inspirò a fondo. Sentì il loro calore; due diverse presenze, femminile e maschile. Alberta profumava di orchidea, di fresco, di doccia appena fatta e shampoo alla frutta; Francesco odorava di muschio bianco, di profondo, di sigaretta e crema da barba. Lei leggera e forte, la sua essenza l’avvolgeva come una fitta nebbia; lui sicuro e denso, il suo carisma la cullava come un bagno caldo. Espirò: con l’aria gettò fuori la tensione, la paura, la preoccupazione di cosa avrebbe potuto pensare la gente. Cosa importava, purché fosse felice? Non faceva certo male a nessuno. E poi, il locale era ancora deserto.

I due avvertirono il suo cambiamento; in un solo respiro presero ad accarezzarle la pelle, il viso, le braccia e le gambe nude, sollevandole l’abito estivo fino al pube. La baciarono, sulle guance e sulle spalle; lei chinò il viso ora dall’una ora dall’altra parte, per sentire i loro volti con le labbra, per aspirarne il profumo, per riceverne i baci.

Allungò le braccia, che scoprì di aver tenuto rigide a mezz’aria dopo aver lasciato il bicchiere; le stirò e le mandò a cercare i corpi dei suoi amici, dei suoi amanti. Li accarezzò piano, come se potessero svanire nel nulla: invece erano lì, veri e presenti.

Le loro mani si faranno più audaci?, si chiese Daniela: era il primo pensiero razionale che le attraversava la mente da quando si erano incontrati ed era una simile banalità disarmante da romanzetto d’appendice. “Che scema che sono”, pensò; poi le mani degli amici si fecero davvero più audaci, le scivolarono sotto il vestito e dentro le mutandine e allora smise di pensare, di ragionare su cosa e su come e su perché: si limitò a sentire, e scoprì che sentiva moltissimo, molto più di quanto avrebbe creduto possibile. Reclinò la testa e gemette, accettando finalmente tutto, le carezze, i baci, tutto. Ascoltò il proprio corpo tendersi e cantare e quello di Francesco e Alberta vibrare in risonanza col suo.

Si trovò nelle mani due sessi diversi; nella destra uno affine, che conosceva come il proprio: lasciò libera la sua mano di vagare, di bagnarsi in una foresta umida che non era la sua, di esplorarla e scoprirla come fosse stata la prima volta. Alberta gemette nel suo orecchio e la guidò nel suo profondo. Nella mano sinistra, invece, Daniela accarezzò l’altro sesso, quello che non le apparteneva ma che credeva, comunque, di conoscere abbastanza bene: calore, molto calore ma asciutto, un turgore di ferro arroventato; le pulsava tra le dita e sobbalzava, dotato di vita propria. Francesco le bisbigliò nell’altro orecchio e le posò la propria mano sulla sua, insegnandole a soddisfarlo.

Daniela sentiva addosso mani che non sapeva identificare; un vortice di sensazioni l’avvolgeva e la portava in alto, in alto, dove non le interessava avere indicazioni precise su cosa stesse accadendo, purché accadesse; infine si sedette su un sesso e si abbeverò all’altro, lasciandosi volare.

Quando tornò a terra non era in grado di pensare a nulla. Ma non come prima, che annaspava in cerca di parole per riempire il silenzio: ora galleggiava in un posto in cui le parole erano superflue, in cui si sentiva solo lo sciabordio del piacere che andava placandosi; un mare d’inverno, che accarezza la spiaggia finalmente deserta e svuota la mente in un’uggiosa malinconia che prelude alla pacatezza, alla gioia.

Uscirono dal locale mentre cominciava ad affluire vociando la clientela abituale, prima che il rumore della quotidianità desse troppo fastidio; mano nella mano nella mano, passeggiarono ridendo per la città.

Racconto di Chiara Reggiani

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